La depressione


Questo capitolo è in qualche modo la continuazione di quello dell’ansia e andremo a trattare in modo specifico il tema della depressione.

Ribadiamo che tutto ciò che diremo parte dalla nostra esperienza, dalla comunione di un popolo che prega, si offre assieme e sta camminando. Non saranno quindi solo concetti ma si andrà in profondità parlando del pensiero dell’anima e della guarigione che parte dallo spirito. Non rientreremo quindi nei canoni consueti. Ci rivolgiamo in modo particolare agli operatori sanitari e poi a tutti: stiamo sfondando le porte di una nuova medicina, la medicina secondo le leggi dello Spirito, una medicina che accompagni alla resurrezione. Sottolineiamo che ognuno di noi è originale e sotto ogni disturbo classificato genericamente come depressione c’è un momento difficile nella vita di una persona, una causa diversa, una risposta individuale. Invitiamo chiunque venga toccato dagli argomenti trattati, individuando in sé queste difficoltà, a non ripiegarsi su se stesso, a consegnare tutto al Signore, a farne un motivo per camminare sempre più speditamente verso di Lui e farne un’occasione per risorgere. I malati inoltre non sono soli ma sostenuti dall’offerta di un popolo che in modo particolare si offre e prega per loro il mercoledì insieme all’arcangelo Uriel

che, con il suo gruppo nel Nucleo Centrale, si occupa della medicina secondo le leggi dello Spirito. Uriel è l’arcangelo che serve la Madonna e vediamo proprio in questo la tenerezza di Maria che accompagna i malati. Prima di entrare nel vivo di questa medicina del popolo nuovo diamo uno sguardo veloce a come la medicina ufficiale descrive la depressione, proprio per coglierne le profonde differenze. Nella medicina ufficiale la depressione viene descritta come una delle esperienze peggiori che si possono avere nella vita. Chi ne soffre presenta diversi sintomi: non riesce più a provare interesse nell’attività che prima l’appassionava, si sente sempre più irritabile e stanco, è tormentato da pensieri negativi e oppresso da mille paure, percepisce la vita faticosa e non ne vede un senso, si sente senza risorse, impotente di fronte alla vita e alle persone, gli mancano energie per affrontare qualsiasi attività fisica e mentale , si sente fallito e se ne dà la colpa oppure si convince che la colpa sia degli altri o della sfortuna che lo perseguita, si arrabbia con tutti e alla fine si isola. Oltre a questi sintomi la persona depressa può soffrire di un aumento o di una diminuzione dell’appetito, di rallentamento o agitazione motoria, di disturbo del sonno; ha difficoltà nella concentrazione e non riesce mai a prendere decisioni importanti, può arrivare fino ad odiare se stesso, ad un pensiero di morte o anche al suicidio.


Noi sappiamo che tutto parte dal livello dello spirito e anche le malattie hanno origine dallo spirito. La malattia, così come la morte, è venuta al mondo a causa del “no” che Lucifero ha detto a Dio dopo un “sì” che non era sincero ma nascondeva la furbizia e l’ipocrisia. Lucifero non ha accettato la collaborazione con l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e non ha accettato che Gesù Cristo venisse sulla Terra a salvarlo. Da quel “no” è scaturita la morte, la malattia, lo scontro tra il male e il bene, tra le tenebre e la luce, tra Lucifero e Gesù. Noi tutti dobbiamo passare attraverso questa realtà e attraversare questa lotta. Anche noi siamo liberi di dire “no” a Gesù, di dire un “sì” falso o un “sì” sincero, un’offerta sincera e un abbandono vero a Dio e alla Sua volontà. Offrire la vita, dire un “sì” autentico significa consegnare la vita a Dio nella fiducia totale che Dio la guidi. Già presentare umilmente e con onestà al Signore una croce che facciamo fatica ad accettare, un “no” che abbiamo detto, è già essere sulla strada della guarigione.


Per rendere più concrete le nostre osservazioni vi presenteremo alcuni CASI, che esamineremo da un punto di vista psicologico però con la sfumatura del nostro cammino, sotto lo sguardo del cammino dell’offerta, del cammino di resurrezione. Vedremo alcuni casi di depressione che all’apparenza sono scatenate da situazioni gravi e altre da situazioni banali. Naturalmente non saranno svelati l’identità dei singoli o i connotati che li possano definire perché c’è un segreto professionale e un rispetto verso la persona. Desideriamo anche avvicinarci a questi nostri fratelli con uno spirito di amore, liberi da ogni giudizio.



A. Ci si è presentata una coppia di genitori che hanno avuto un figlio con un grave handicap a causa di un imprevisto durante il parto ed è morto dopo pochi anni. Si tratta quindi di una grande sofferenza. Presto si era sviluppata nel padre una forte rabbia mentre nella madre la depressione: esse sono due facce della stessa medaglia. Rispettando l’immenso dolore dei genitori, abbiamo cercato di scavare in profondità. Abbiamo potuto osservare dalle parole che il padre ci riferiva che in lui era molto accentuata la tendenza a tenere tutta la vita nelle proprie mani, stabilendo una destinazione, un fine, il raggiungimento di un obiettivo in ogni cosa. La rabbia e la depressione, infatti,nascono spesso dal vedere che le cose vanno diversamente da come noi avremmo voluto e di conseguenza o ce la prendiamo con gli altri e ci arrabbiamo o ce la prendiamo con noi stessi e ci chiudiamo. Lo stesso meccanismo vale anche per la paura: la scaravento verso l’altro e mi arrabbio, la rivolgo a me stesso mi chiudo e mi deprimo. Osserviamo ancora che in questi genitori non c’era stata la dinamica dell’offerta: avevano posto dei limiti a quella che poteva essere l’azione di Dio, che magari, proprio attraverso la malattia del figlio consegnata e offerta, aveva previsto per quella famiglia una grazia maggiore. Offrire la vita non significa infatti perdere qualcosa ma metterla con totale fiducia nelle mani del nostro Creatore con la certezza che Lui può trasformare in bene tutto ciò che ci accade. Allo stesso modo in questa fiducia, quando la nostra vita è immersa in Dio e le nostre scelte sono portate nella comunione fraterna, arriviamo a non preoccuparci neppure più per i risultati che raggiungiamo con il nostro lavoro ma restiamo sereni nella condizione di quegli operai che non cercano un utile ma collaborano ad progetto più grande del loro Signore.

B. Abbiamo avuto alcuni casi di persone nella cui vita andava tutto apparentemente bene: il lavoro, una bella casa, figli sposati con nipotini, impegni gratificanti. Eppure erano venuti da noi per motivi di depressione. Alcune loro frasi ci aiutano a comprendere:

“Sono insoddisfatto delle mie vacanze che non sono andate come avevo previsto”. Qui, qualche contrattempo è stato sufficiente a far cadere questa persona nella depressione non accorgendosi neppure del molto che aveva.

“Mio marito non esprime l’affetto come vorrei”. Qui vediamo un non accogliere l’altro e c’è un egocentrismo all’interno della relazione.

“Finalmente quando i bambini saranno cresciuti potrò…”. Qui notiamo un non riuscire a vedere e godere del momento presente.

“Tra un po’ dovrò andare in pensione, al solo pensiero sto male… cosa farò?” Qui si tratta di un immedesimarsi totalmente nel ruolo che si vive, un fermarsi in quel ruolo che, quando viene a mancare, fa crollare la propria identità. In realtà noi siamo figli di Dio e anche attraverso le tappe della vita ci trasformiamo e plasmiamo la nostra originalità lasciando ciò che ha fatto il suo corso per entrare in una dimensione nuova.

C. Riportiamo anche il caso di una persona che a causa di un banale incidente casalingo si chiude nella depressione. Parlando con lei emergono molte problematiche della sua vita originate da scelte sbagliate, grosse sofferenze non condivise con alcuno, ferite depositate nell’anima e non consegnate al Signore. In lei le ferite rimaste nell’anima avevano inoltre risvegliato l’aspetto negativo di quello che avrebbe potuto essere un suo aspetto positivo: aveva un grande desiderio di amare ma esso si era capovolto in un atteggiamento di vittimismo “perché nessuno l’amava”.

D. Ecco ancora il caso di un uomo felicemente sposato con un bel lavoro e bravi figli. Un’ultima figlia vive ancora in casa ma lui non sopporta che lei, per motivi di lavoro, si assenti per alcuni periodi. Ogni volta che la figlia parte si chiude in se stesso e si arrabbia con lei. Cosa ci sta sotto? In realtà una grossa sofferenza vissuta da giovane, non superata per la morte della mamma e della sorella. Egli proietta il suo problema sulla figlia. È chiaro che è lui che ogni volta rivive la sensazione di abbandono e non è la figlia che lo sta abbandonando. È tipico di chi ha la depressione incolpare gli altri per il proprio disagio.


E. Analizziamo ancora il caso di un uomo molto anziano che aveva sempre goduto di ottima salute e, quando per la prima volta gli viene diagnosticata una malattia, peraltro relativamente banale, viene paralizzato dalla paura, si chiude in una depressione molto grave, si mette a letto e ci resta per anni fino alla sua morte. Cos’è successo? Per quest’uomo bisogna risalire ad un’enorme ferita nella sua prima infanzia che non è mai stata superata. Alla nascita di un fratellino la mamma muore durante il parto in casa, il bambino viene portato dai parenti che gli tengono nascosto l’accaduto; quando ritorna non trova più la mamma e per lungo tempo non gli viene svelata la verità. In questo bambino si sviluppa una grande paura di perdere le relazioni, la paura della morte e una forte rabbia nei confronti dei parenti. Nella sua vita instaurerà con tutte le persone di sesso femminile legami anaffettivi, proprio per timore di perdere la relazione, temerà lui stesso la morte, non riuscirà a perdonare i parenti e neppure se stesso per il fatto di non essere in grado di perdonare. Quindi una vita chiusa in una grande sofferenza e sfociata nella depressione. Anche in questo caso un atteggiamento di consegnare tutto al Signore avrebbe permesso allo Spirito Santo di scendere nello spirito di quest’uomo e se l’anima poi fosse stata aperta alla comunicazione con lo spirito avrebbe potuto instaurarsi un circolo virtuoso di guarigione delle ferite depositate nell’anima e un atteggiamento di apertura al perdono, un cammino verso la resurrezione. Possiamo qui notare l’importanza di accompagnare le persone che incontriamo su questo percorso. Per quel che riguarda la paura della morte essa è una delle maggiori cause di depressione e riteniamo importante analizzarlo. Sotto la paura della morte fisica, infatti, c’è un’altra paura che è quella della prima morte, cioè del morire a noi stessi e al nostro egoismo che ci impedisce di morire a noi stessi e ci spinge al desiderio di auto-affermarci, di essere a tutti i costi qualcuno, di essere meglio degli altri e di pretendere che gli altri siano ciò che noi abbiamo stabilito. Così è anche l’attaccamento alle cose, materiali o spirituali, alle persone, a noi stessi, a ciò che vorremmo o non vorremmo essere.Sottolineiamo che l’auto-affermazione è cosa ben diversa dall’esprimere la nostra originalità in Dio che deve invece sbocciare e fruttificare in noi portandoci ad essere quei figli di Dio liberi, completi, integrati gli uni agli altri, in comunione, come il nostro Creatore desidera per noi e che può avvenire solo in un’umanità rigenerata dallo Spirito Santo. A questo punto anche la morte fisica potrà essere offerta e diventare quella “sorella morte”, come diceva san Francesco, che ci stacca da ogni corruzione e ci porta nella pienezza dell’Amore; ci permetterà anche di aprire le strade a tanti altri che moriranno. E questo è bellissimo!

Anche le nostre radici familiari e il male che proviene dal mondo possono contribuire a provocare in noi malessere e depressione oppure diventare occasione di vincita del bene sul male. Riguardo alle radici familiari ricordiamo, come già accennato nel capitolo sull’ansia, che in noi così come c’è una discendenza genetica con tutto ciò che comporta, esiste anche una discendenza spirituale. Nelle nostre radici abbiamo certamente antenati sia santi che corrotti. Il male, i legami con il male, con la corruzione, con la disonestà, con il demonio dei nostri progenitori si possono ripercuotere in qualche modo nei nostri discendenti. E’ noto come casi di suicidi, omicidi, aborti volontari si ripercuotono nei famigliari; ma non solo,perché ogni peccato porta il suo frutto di male. La buona notizia è che a noi, attraverso l’offerta, attraverso l’unione a Gesù Cristo, è data la possibilità di tagliare quelle radici malate, e di essere quei sacerdoti che tagliano i legami con il male e che in tal modo non passa più ai discendenti; la buona notizia è ancora che il bene che c’è nelle nostre radici va sempre avanti nelle generazioni mentre il male può essere staccato definitivamente.

Per quel che riguarda l’azione del male che viene dal mondo, è sotto gli occhi di tutti come sia forte in questo tempo e a che pressione siamo sottoposti. Pensiamo quanto è difficile per dei bambini e dei ragazzi crescere in un ambiente dove, con molti mezzi, si cerca di cancellare l’immagine di Dio e di imprimere invece l’immagine di Lucifero.

Vorremmo davvero essere un popolo che sconfigge il male insieme in un atteggiamento sacerdotale! Noi, uniti a Gesù e ai suoi strumenti, vivendo l’offerta, l’integrità, la comunione con tutto il Popolo Nuovo dell’universo possiamo fare questo, possiamo allontanare Lucifero, vincere la malattia e la morte che da lui deriva e giungere a vivere come popolo nuovo così come Dio da sempre ci ha pensato.

Vediamo che l’atteggiamento di una persona depressa è di chiusura: lo si vede nel corpo, nelle relazioni con gli altri, nella sua anima che, chiusa all’azione dello spirito, non riesce a guarire da ciò che di negativo si è impresso in lei.

Da dove origina tanta chiusura? Dipende soprattutto dove indirizziamo il “pensiero della nostra anima”.

La nostra anima, infatti, ha un pensiero che si forma nel suo intelletto e che, attraverso la volontà dell’anima, viene trasmesso al cervello che funge da computer. (Ricordiamo che nel capitolo sull’ansia abbiamo parlato di spirito, anima e corpo in modo approfondito e spiegato le dinamiche che intercorrono) Se è rivolto a Dio, permettendo a Lui di scendere dentro di noi guidandoci e guarendoci, stiamo percorrendo un cammino di resurrezione.

Se è rivolto a se stessi, chiuso nell’egoismo, se cioè fa girare tutto in base ai propri bisogni non permette quest’azione dello Spirito Santo e inoltre apre le porte all’azione degli arcidemoni. Ricordiamo che proprio tre di loro provocano l’aggressività e tre la depressione. Essi, facendo leva sull’egoismo dell’uomo, intervengono suscitando paure, scatenando rabbia e alimentando depressione (cfr. Oltre la Grande Barriera, pag 89).

Possiamo constatare che nel mondo ci sono persone che hanno il pensiero staccato da Dio, esse apparentemente sono molto forti e riescono ad avere grandi intuizioni. Perché?

Il loro è un pensiero razionale che parte dall’anima e non è guidato dallo Spirito. Così come in tutti i campi, anche in quello medico le loro intuizioni possono arrivare solo fino ad un certo punto.

COSA POSSIAMO FARE per aiutare questi fratelli?

La medicina ufficiale ha pochissimi strumenti : farmaci anti-depressivi e regolatori dell’umore, supporto psicologico.

Cosa proponiamo come popolo nuovo?

Nel nostro lavoro di medici abbiamo sperimentato che spesso le persone hanno bisogno di toccare il fondo per togliere quelle maschere, quelle sovrastrutture che hanno indossato nel corso della loro vita e che non permettono loro di uscire da se stesse. A volte è proprio grazie ad un momento di grande debolezza e fatica che si liberano dall’orgoglio, rendendole più disponibili ad aprirsi agli altri ed a Dio. E’ proprio quando un paziente accetta la sua debolezza che è possibile intervenire ed aiutarlo nel suo cammino di “risurrezione”.

In che modo?


1. Collaborare con il medico . Vogliamo precisare che il medico è solo uno strumento che aiuta ma è il paziente che deve mettersi in moto per risorgere e senza la sua volontà non ci potrà essere guarigione. Ricordiamo inoltre che il medico del popolo nuovo lavora sempre in comunione con il sacerdote nuovo. È indispensabile che tra medico e paziente si instauri un rapporto di grande fiducia e condivisione. Il medico aiuta la persona a rivedere insieme le sue ferite, i suoi traumi nella luce giusta (ad es. capire che quel fatto accaduto nell’infanzia può avere un senso nell’arco della sua vita). Rivedendo la vita assieme, sempre in un atteggiamento di ascolto profondo, il medico aiuta a individuare i sensi di colpa che man mano affiorano nel paziente e lo invita ad entrare in un atteggiamento di offerta e di consegna a Dio di tutta la sua vita e di tutto ciò che di negativo emerge in lui.

2. Invitarlo a tralasciare i numerosi “suggerimenti” che provengono dall’esterno, come ad es. dai media, dalle persone che si incontrano e vogliono dire la loro, anche dai parenti; invitarle invece a concentrarsi nell’accettare se stessi così come si è, nel riconoscere di star male, di avere un problema, di essere debole, di essere una creatura che ha bisogno di rivolgersi al proprio Creatore.

3. Aiutarlo a prendere contatto con la realtà, a responsabilizzarsi, portando avanti a piccoli passi impegni concreti come ad es. farsi la doccia, alzarsi ad una certa ora, prendere i bambini a scuola. Anche le persone che tendono a” spiritualizzare” tutto vanno indirizzate ad incarnare ciò che professano ed a fare e non solo pensare.

4. Scardinare quelle dinamiche familiari malate per le quali si instaurano tra malato e parenti situazioni di comodo o di dipendenza che non aiutano il malato a mettersi in gioco ma lo spingono ad appoggiarsi continuamente su chi gli sta attorno ed a far leva sulla malattia per ottenere attenzione e comodità. In questo caso la malattia serve ad alimentare queste dinamiche familiari sbagliate.Incoraggiare invece quei famigliari che capiscono che il disturbo del parente è legato ad una chiusura dell’anima, ad offrirsi per e con il malato, a creare attorno a lui un ambiente “risorto” che lo sostenga e in cui lui possa rispecchiarsi.

A questo punto entriamo a parlare di quella che è la guarigione che portiamo avanti come medicina del popolo nuovo, che è la guarigione che parte dallo Spirito, la vera guarigione prevista da Gesù Cristo che è resurrezione. Abbiamo detto che siamo formati da spirito, anima e corpo, che lo spirito comunica all’anima e l’anima al corpo. Abbiamo detto che nel nostro spirito è presente lo Spirito Santo e, a seconda di quanto noi siamo liberi dal nostro io, lo Spirito Santo può agire con forza oppure venire bloccato restando in noi solo come soffio vitale.

Allora qual è la dinamica?

Io consegno a Gesù quelle che sono le mie ferite, consegno me stessa e offro tutto; Gesù si offre e porta tutto al Padre; il Padre manda nel nostro spirito lo Spirito Santo e qui entriamo nel vortice Trinitario; lo Spirito Santo prende, raccoglie, porta a Gesù; Gesù porta al Padre e il Padre ci rimanda lo Spirito Santo e sempre più entriamo in questo vortice. È bellissimo!

Lo Spirito come un’onda arriva sulla nostra anima. Ogni “sì”che diciamo sinceramente al Signore ci permette di progredire ed arrivare agli strati più profondi della nostra anima; man mano che affiorano quest’onda dello Spirito passando ci porta guarigione.

Se siamo offerti e uniti a Dio lo Spirito Santo ci trasmette di continuo quell’energia primaria che scaturisce dal vortice trinitario, dalla Potenza creatrice, redentrice, santificatrice delle tre persone della SS. Trinità. Essa è fisica e spirituale allo stesso tempo ed è la risultante dell’azione delle tre leggi della luce, del suono e del calore. Essa giunge al nostro spirito e fluisce in modo armonioso garantendo salute spirituale e fisica, facendo di noi persone belle ed equilibrate. Se invece ci stacchiamo da Dio e dalla Sua volontà per seguire il nostro egoismo, l’energia primaria scorre con fatica. Spesso un blocco dell’energia primaria dà origine alla malattia sia fisica che psichica. (cfr. Riscrivere la storia – L’Universo e i suoi abitanti, pagg. 30-31).


Come medici del popolo nuovo siamo quindi fermamente convinti di quanto sia importante questa guarigione secondo le leggi dello Spirito. Senza questo processo di trasformazione non arriveremo mai a guarire fino in fondo, o meglio, non risorgeremo mai. La nostra resurrezione infatti non è prettamente correlata al guarire fisicamente: pur non raggiungendo la guarigione fisica si può essere COMPLETAMENTE RISORTI!

Rubrica
a cura del nucleo dei medici

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